Con il termine “verifica” di un impianto elettrico o di un impianto di protezione contro le scariche atmosferiche si può intendere quell’insieme di operazioni che deve accertare la rispondenza dell’impianto alla regola dell’arte, dal punto di vista della sicurezza. Ed infatti lo stesso articolo 86 del Testo Unico (D.Lgs. 81/2008) ritiene necessario verificare lo stato di conservazione e di efficienza di impianti elettrici e impianti di protezione dai fulmini ai fini della sicurezza. E laddove esistano norme di buona tecnica “cui sia riconosciuta la presunzione di conformità alla regola dell’arte in materia di sicurezza, allora la verifica può essere svolta verificando la rispondenza alle prescrizioni di tali norme”.
A ricordarlo è un documento, prodotto dal Dipartimento DIT dell’ Inail e già presentato dal nostro giornale, dall’esplicativo titolo “ Impianti elettrici nei locali medici: verifiche”.
Il documento, a cura di Giovanni Luca Amicucci, Fabio Fiamingo e Maria Teresa Settino, ricorda che la verifica di un sistema elettrico collegato alla rete “può essere effettuata con riferimento alla norma CEI 64-8/6, che fornisce le prescrizioni per le verifiche di qualsiasi impianto elettrico”. Inoltre per gli impianti elettrici nei locali a uso medico, “ulteriori prescrizioni si trovano nella norma CEI 64-8/7-710 (la variante V2 è in vigore dall’agosto 2015). In aggiunta a quanto previsto da tali norme, prescrizioni e considerazioni aggiuntive specifiche per i lavori elettrici possono essere trovate nella norma CEI 11-27 (la IV edizione è in vigore dall’aprile 2014)”. E riguardo alla terminologia usata nelle norme, si ricorda che nella CEI 64-8 si parla di ″verifiche″ e nella CEI 11-27 si parla di ″ispezioni″, ma “con significati simili”
Il documento, che vi invitiamo a visionare integralmente, riporta poi indicazioni sulle guide disponibili per le verifiche degli impianti elettrici.
E sempre con riferimento alla terminologia utilizzata dalle norme tecniche, le verifiche si dividono in:
- verifica iniziale;
- verifiche periodiche.
E, a volte, “durante la realizzazione dell’impianto possono essere svolte delle verifiche parziali che hanno lo scopo di ausilio alla prosecuzione dei lavori”.
In ogni caso il documento sottolinea che non esiste “sostanziale differenza nelle operazioni fra i vari tipi di verifica in quanto esse devono essere condotte in maniera da accertare la sicurezza dell’impianto”.
In particolare la verifica iniziale “serve per determinare la conformità dell’impianto allo stato dell’arte in vigore (al fine anche del rilascio della dichiarazione di conformità), per controllare la conformità dell’installazione al progetto e per identificare eventuali difetti dell’impianto”. E tale verifica “non deve essere confusa con la prima verifica a campione, di cui all’art.3 del d.p.r. 462/01, sulla conformità alla normativa vigente degli impianti di terra e degli impianti di protezione contro le scariche atmosferiche”. Nel documento una tabella riporta “le verifiche iniziali previste dalla norma CEI 64-8/6 e dalla norma CEI 64-8/710”.
Invece le verifiche periodiche “sono volte a determinare la permanenza nel tempo dei requisiti di funzionalità e sicurezza dell’impianto e di tutte le apparecchiature che lo costituiscono”. Sono utili a confermare che “l’impianto non sia danneggiato o deteriorato, in modo da ridurre la sicurezza, e per identificare eventuali difetti dell’impianto che non sono stati messi in evidenza con le verifiche precedenti. L’esito di qualsiasi tipo di verifica è verbalizzato ed è tenuto a disposizione dell’autorità di vigilanza”.
Il documento riporta alcune precauzioni per la verifica.
Infatti durante la verifica “si devono prendere precauzioni per garantire la sicurezza e per evitare danni alle persone, ai beni e ai componenti dell’impianto, anche quando una parte dell’impianto potrebbe essere difettosa”:
- “le persone che effettuano le verifiche dovrebbero avere a disposizione tutta la documentazione riguardante l’impianto (anche per gli impianti non soggetti a obblighi di progettazione dovrebbe essere disponibile almeno l’elenco dei componenti dell’impianto e uno schema dello stesso). Per gli impianti elettrici nei locali a uso medico il d.m. 37/08 prescrive l’obbligo del progetto, redatto da un professionista iscritto all’albo (e contenente planimetrie, schemi, componenti e relazione tecnica)”;
- “quando un impianto elettrico esistente è modificato o a esso è aggiunta una parte, si deve verificare che la modifica o l’aggiunta siano conformi alla regola dell’arte in materia di sicurezza e non compromettano la sicurezza complessiva dell’impianto”.
E riguardo alla sicurezza elettrica durante una verifica, “secondo la CEI 11-27 (punto 5.3.3.5) le verifiche, quando comportano rischio di trovarsi in prossimità o a contatto con parti sotto tensione (rischio che potrebbe sussistere durante le misure, le prove o la ricerca di guasti), devono essere eseguite da PES o PAV” con “esperienza di verifica su impianti simili (già in esercizio)”. E sempre secondo la CEI 11-27, “in dipendenza della situazione di lavoro (misure, prove, ricerca di guasti), si dovranno adottare le regole previste per i lavori fuori tensione (punto 6.2, CEI 11-27) o sotto tensione (punto 6.3, CEI 11-27) o in prossimità di parti attive (punto 6.4, CEI 11-27)”.
In particolare, le misure e/o le prove in presenza di rischio elettrico “devono essere eseguite:
- solo da PES o PAV o,
- se il lavoro non è sotto tensione: da PEC sotto la supervisione di PES; da PEC sotto la sorveglianza di PES o PAV”.
Ricordiamo il significato degli acronimi:
- PES: “persona esperta in ambito elettrico (definizione 3.2.5 della CEI 11-27). Persona con istruzione, conoscenza ed esperienza rilevanti tali da consentirle di analizzare i rischi e di evitare i pericoli che l’elettricità può creare;
- PAV: persona avvertita in ambito elettrico (definizione 3.2.6 della CEI 11-27). Persona adeguatamente avvisata da persone esperte per metterla in grado di evitare i pericoli che l’elettricità può creare;
- PEC: persona comune (definizione 3.2.7 della CEI 11-27). Persona che non è esperta e non è avvertita”.
Il documento sottolinea poi che secondo la CEI 64-8/6 (punto 62.2.1), la “frequenza della verifica periodica di un impianto va determinata considerando il tipo di impianto e componenti, il suo uso e funzionamento, la frequenza e la qualità della manutenzione e le influenze esterne a cui l’impianto è soggetto. In qualche caso, l’intervallo di tempo è stabilito da prescrizioni di carattere legislativo. Secondo la CEI 64-8/6, l’intervallo di tempo può essere di alcuni anni (per esempio 5 anni), con l’eccezione dei seguenti casi per i quali, esistendo un rischio maggiore, sono richiesti intervalli di 2 anni:
- posti di lavoro/luoghi con rischio di degrado, incendio, esplosione;
- posti di lavoro/luoghi in cui coesistano impianti di AT e BT;
- luoghi ai quali abbia accesso il pubblico;
- cantieri;
- locali medici”.
E si segnala che in assenza del decreto indicato dall’art. 86 del Testo Unico, con le modalità e i criteri di effettuazione delle verifiche, “i valori temporali riportati al punto 62.2.1 della norma (e, per i locali medici, gli altri valori riportati nella sez. 710) sono l’unico riferimento disponibile”.
Si ricorda poi che una verifica è articolata in:
- esame della documentazione: “è un accertamento svolto sulla documentazione tecnica per valutarne la conformità alle norme e la consistenza rispetto alle assunzioni adottate per i calcoli, che potrebbero essere non veritiere, errate o obsolete, a causa di modifiche della struttura e/o degli impianti e/o del loro uso”;
- esame sul campo: comprende due momenti diversi, l’esame a vista e l’esecuzione di misure e/o prove.
Al termine, “sulla base dell’esito dell’esame della documentazione, dell’esame a vista e dei dati raccolti con le misure e le prove eseguite, si redige il rapporto di verifica. Il rapporto di verifica deve riportare anche i dati e la firma di chi ha effettuato la verifica”.
FONTE: Puntosicuro
Nelle scorse settimane abbiamo presentato alcune informazioni sulle procedure per il recupero degli occupanti delle piattaforme di lavoro elevabili (PLE), con particolare riferimento al recupero attraverso i comandi da terra e alle procedure in caso di mancanza di energia. Tuttavia nei luoghi di lavoro c’è anche la possibilità che possa essere necessario un recupero di emergenza con uso di DPI anticaduta.
Ed infatti se “l'adozione corretta dei DPI anticaduta all'interno del cestello della PLE è sufficiente a scongiurare la proiezione dell'operatore al di fuori del cestello stesso”, nei casi in cui “a causa di un uso non corretto dei DPI anticaduta l'operatore sia sbalzato al di fuori del cestello” può essere necessario il recupero in emergenza con l'uso di DPI di discesa.
A presentare una specifica procedura per il recupero di emergenza con l’uso di DPI di discesa, nell’utilizzo di piattaforme di lavoro, è una pubblicazione, realizzata da Inail Direzione regionale per le Marche, con la collaborazione di IPAF (International Powered Access Federation), dal titolo “ PLE nei cantieri. L’uso delle piattaforme di lavoro mobili in elevato nei cantieri temporanei o mobili”.
Nel documento si ricorda innanzitutto la dotazione necessaria per il recupero dell’infortunato tramite l’uso di dispositivi di soccorso.
Una dotazione costituita da:
- “sistema di presa del corpo: en 361;
- collegamento: cordino 354 (certificato per fattore di caduta 1) o 358 all’anello dorsale;
- connettori: en 362 di cui quello di ancoraggio in acciaio;
- elmetto di protezione per l’industria con sottogola: en 397;
- kit di salvataggio composto da: sacca di contenimento; fune EN 1891, tipo a); dispositivo di discesa per salvataggio (discensore) EN 341, di classe a); tre connettori EN 362; ancoraggio temporaneo EN 795 b (a fettuccia o a cordino regolabile); tronchese (munito di cordino di collegamento)”.
Riguardo alla scelta del kit o dei componenti da assemblare consigliati per l’uso nelle PLE si indica che un sistema di salvataggio evacuazione “può essere assemblato in modo inseparabile, separabile o integrato in un sistema di protezione per l’arresto delle cadute. Nel caso in cui si scelga un sistema inseparabile, verificare se monouso. Nel caso in cui si scelga un sistema separabile, predisporre e testare l’assemblaggio prima dell’uso”.
Nel documento sono forniti utili indicazioni per la preparazione e la verifica del kit.
È poi riportata un’analisi delle possibili circostanze definite “emergenza” in relazione alla loro gestione.
Ad esempio relativamente all’evacuazione:
1. “Anomalia del sistema meccanico a comando remoto (con operatore al suolo) - autoevacuazione;
2. Anomalia del sistema meccanico a comando diretto (operatore in quota da solo) - autoevacuazione;
3. Pericolo imminente per inclinazione pericolosa in seguito alla perdita di stabilità della macchina - autoevacuazione;
4. Pericolo imminente per condizioni meteorologiche avverse con Anomalia del sistema meccanico a comando remoto o diretto - autoevacuazione;
5. Pericolo imminente per rischi interferenziali, per errore di valutazione, per la presenza di linee elettriche, condutture, organi in movimento - valutazione della possibilità di agire ancora sulla macchina o autoevacuazione”.
O relativamente al salvataggio:
1. Situazione di trattenuta all’esterno - recupero a bordo o salvataggio statico;
2. Situazione di sospensione - gestione del salvataggio con il cestello o salvataggio statico;
3. Situazione di sospensione inerte - salvataggio autonomo”.
Rimandando ad una lettura integrale del documento, che riporta molti dettagli e immagini esplicative, riprendiamo alcune indicazioni relativamente alla procedura operativa dell’autoevacuazione, cioè all’evacuazione in autonomia dell’operatore in quota.
Una procedura in cui è necessario:
- “definire la linea di discesa tassativamente sulla verticale dell’ancoraggio;
- avvertire l’operatore al suolo che si comincia la manovra”.
Nella procedura si segnala che l’operatore al suolo:
- “allerta il 115 e si adopera per restare in contatto con l’operatore in quota;
- previene ogni interferenza con la fune di discesa”.
E l’operatore in quota:
- “individua l’obbiettivo da raggiungere, anche con l’ausilio dell’operatore a terra;
- estrarre dalla sacca il capo della fune a cui è collegato il connettore di ancoraggio e fissarlo al Punto di Ancoraggio della PLE;
- estrarre il discensore, regolare la fune in modo che questo sia tutto fuori dal parapetto (in questo caso porre attenzione al pericolo di rottura per lavoro ‘a leva);
- collegare il discensore all’imbracatura sul Punto di attacco sternale e, se dotatone, attivare la chiave di blocco meccanica;
- collegare la sacca di trasporto del kit all’imbracatura, dal lato destro. In alternativa, è possibile lasciar sfilare la fune gettando la sacca, nel caso vi siano le seguenti condizioni: assenza di vento; discese verticali; assenza di veicoli in transito sottostanti; assenza di organi in movimento sottostanti;
- sganciare il sistema di collegamento (cordino di prolunga, di posizionamento o di arresto caduta) dall’imbracatura;
- portare all’esterno il discensore e ruotare col corpo (busto) sul parapetto;
- andare in carico sulla fune gradualmente, con l’aiuto di entrambe le mani che impugnano il parapetto, ed appoggiare i piedi sullo snodo della piattaforma (collegamento all’ultimo sfilo);
- procedere con la discesa secondo le istruzioni del fabbricante il discensore;
- raggiungere il luogo sicuro più vicino;
- toccato il suolo con i piedi, piegare le gambe per allentare la fune, quindi scollegare il discensore dall’imbracatura;
- accertarsi che la fune non si impigli durante le successive manovre di recupero della PLE”.
Si ricorda poi che nel caso in cui non vi sia l’operatore al suolo:
a) “se possibile allertare il 115 ed attendere i soccorsi;
b) ricorrere all’evacuazione solo se: non è stato possibile allertare i soccorsi; se sopraggiunge una condizione di pericolo imminente, ad esempio, condizioni meteorologiche avverse”.
Segnaliamo, in conclusione, che il documento riporta ulteriori procedure operative con riferimento a:
- evacuazione di due operatori: “evacuazione di un primo operatore e successiva autoevacuazione in autonomia del secondo operatore in quota”;
- salvataggio statico verso il basso: permette di “ridurre i tempi di sospensione o sospensione inerte. Il soccorritore resta in zona sicura”;
- salvataggio autonomo: permette di “ridurre i tempi di sospensione e sospensione inerte. Il soccorritore autonomamente scende e si collega all’infortunato”. Permette di “raggiungere un infortunato quando è distante” dalla piattaforma di lavoro elevabile.
I virus rappresentano nel mondo del lavoro un potenziale pericolo per la salute. Ad esempio a causa della loro “elevata resistenza ai fattori ambientali e ai trattamenti di disinfezione anche prolungati nel tempo” o per la “capacità di diffondersi attraverso molteplici vie di trasmissione”. Senza dimenticare “l’elevata variabilità genetica e la possibilità di ricombinazione” che comporta “l’eventualità di origine di nuovi agenti virali in grado di innescare problemi sanitari imprevisti, come ad esempio si è avuto con la SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome)”.
A parlare in questi termini di virus e ambienti di lavoro è un contributo, a cura di Annalaura Carducci e Marco Verani (Università di Pisa, Dipartimento di Biologia, Laboratorio di Igiene e Virologia Ambientale), presente nel documento Inail “ La contaminazione microbiologica delle superfici negli ambienti lavorativi” realizzato da Contarp e dal Dipartimento di Medicina, Epidemiologia, Igiene del Lavoro e Ambientale (Dimeila). Un documento che ha l’obiettivo di individuare criteri ed elaborare strumenti operativi utili alla “valutazione del rischio di esposizione ad agenti biologici negli ambienti di lavoro”.
Nel contributo dedicato ai virus si indica come numerose evidenze bibliografiche mostrino la presenza negli ambienti lavorativi, sia sanitari che non, di “agenti virali caratterizzati da molteplici vie di trasmissione (aerea, ematica e oro-fecale)”.
Ad esempio epidemie legate a norovirus “hanno interessato strutture di assistenza, navi da crociera (Isakbaeva et al., 2005), scuole, asili nido (CDC 2008; CDC 2009), ristoranti, alberghi (Domenech- Sanchez et al., 2011), diversi centri di addestramento militare (Mayet et al., 2011)”. Ricordiamo - come riportato su un portale a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità – che i norovirus ‘rappresentano uno tra gli agenti più diffusi di gastroenteriti acute di origine non batterica, costituendo così un serio problema nel campo della sicurezza alimentare’.
Il documento Inail segnala poi che l’importanza dei virus quali agenti di rischio in diversi ambienti di lavoro “è stata confermata, oltre che da evidenze epidemiologiche, anche dai risultati di monitoraggi microbiologici”. E il “rilevamento virale su una grande varietà di superfici (ad esempio le maniglie delle porte, le ringhiere per scale, le maniglie sui servizi igienici, i giocattoli, i telefoni, le tazze, i tessuti) (Gallimore et al., 2008) ha contribuito a spiegare la modalità di trasmissione epidemica”.
Si indica poi che molti agenti biologici possono avere più di una via di trasmissione.
Per esempio “è dimostrato come rinovirus possa essere trasmesso sia per via aerea che per contatto con superfici contaminate e come ciò possa influire sull’infettività virale (Couch et al., 1966). Le vie di trasmissione possono essere semplici, come nel caso dell’inalazione diretta di aerosol contenente il patogeno o estremamente complesse e coinvolgere diverse matrici ambientali”.
Ricordiamo che nel documento Inail, che vi invitiamo a leggere integralmente, sono riportate diverse tabelle relative a:
- i principali agenti virali rilevati in differenti ambienti di lavoro;
- le evidenze della trasmissione di alcuni dei virus maggiormente diffusi nella popolazione attraverso superfici;
- la persistenza di alcuni virus su superfici secche inanimate.
Il documento si sofferma poi sulle superfici.
Sono infatti molti gli studi “che attestano la possibilità di rinvenire virus su superfici e oggetti di uso comune in luoghi pubblici, come uffici e ospedali (Keswick et al., 1983). Patogeni enterici sono stati ritrovati su superfici (giocattoli, maniglie) di asili (Keswick et al., 1983), mense (d’Souza et al., 2006; Okabayashi et al., 2008) e in altri luoghi pubblici (Gallimore et al., 2008)”. Inoltre le superfici “possono essere contaminate direttamente dal contatto con sangue, vomito, feci o altre secrezioni corporee infette o, indirettamente, attraverso aerosol o altri oggetti contaminati”. E una volta che una superficie è contaminata “essa può facilmente fungere, a sua volta, da sorgente di contaminazione per altri oggetti animati e inanimati, come mani e strumenti di lavoro (Ansari et al., 1991; Gwaltney et al., 1978; Okabayashi et al., 2008)”.
Ad esempio in uno “studio di Rheinbaben (2000) è stato dimostrato che fino a 14 persone possono essere contaminate semplicemente toccando la maniglia di una porta sulla quale vi è presenza virale ed è possibile seguire la successiva trasmissione, da queste ad altre persone, fino al 6° contatto. Inoltre, è stato riscontrato che, attraverso le mani, possono essere contaminate fino a 7 differenti superfici (Barker et al., 2004)”.
Malgrado ciò non è tuttavia facile “dimostrare il ruolo delle superfici nella trasmissione virale, anche se numerose sono le prove a favore:
- le superfici possono essere contaminate direttamente o indirettamente;
- la maggior parte dei virus enterici e respiratori è in grado di sopravvivere su superfici animate e inanimate per tempi variabili;
- il trasferimento di virus dalle mani alle superfici e viceversa è possibile;
- la disinfezione delle superfici è in grado di ridurre o di interrompere le catene di trasmissione”.
Il contributo si sofferma poi sui vari fattori di sopravvivenza dei virus sulle superfici e sul monitoraggio virologico ambientale delle superfici.
In particolare si indica, riguardo al monitoraggio, che per valutare e controllare il rischio virale sulle superfici degli ambienti lavorativi “può essere utile effettuare prelievi e determinazioni analitiche che consentano di stimare l’esposizione e le vie di diffusione di questi agenti biologici e che permettano, inoltre, di verificare l’efficacia degli interventi preventivi intrapresi e delle misure collettive per il contenimento della diffusione ambientale, la capacità di isolamento delle misure individuali e la loro corretta applicazione nella routine lavorativa”.
È evidente che la scelta dei virus da ricercare richiede tuttavia “un attento studio preliminare delle possibili vie di diffusione e di infezione di tali agenti in funzione delle attività lavorative sottoposte a esame e delle procedure a rischio svolte dai lavoratori”. Non è infatti ragionevole ipotizzare “la ricerca di tutti i virus patogeni, sia per il numero degli agenti da rilevare, sia in relazione alle difficoltà tecniche spesso insite nella loro rilevazione e ai conseguenti costi economici da sostenere”.
Dunque gli agenti virali da ricercare devono “essere scelti sulla base di attente valutazioni della loro rappresentatività nei confronti dei pericoli individuati, a seconda del tipo di attività lavorativa e delle esposizioni previste. Risulta, inoltre, indispensabile definire attendibili indicatori di contaminazione, che presentino una chiara relazione con la presenza virale e siano contraddistinti da analoga resistenza ai vari trattamenti di disinfezione. Gli indicatori dovranno essere facilmente individuabili analiticamente, anche nell’ambito di laboratori non specialistici”.
FONTE: Puntosicuro
La UE ha finalmente deciso di adottare standard uniformi di qualità in tutta l’Unione ponendo fine alle doppie norme nella produzione alimentare che implicavano la diffusione sul mercato dell’Europa orientale di prodotti di qualità inferiore.
La doppia qualità delle merci, specialmente dei prodotti alimentari, è un problema che riguarda un terzo dei paesi dell’UE, secondo il ministro dell’Agricoltura slovacco Gabriela Matecna.
Le pressioni esercitate dai paesi interessati e in particolare della Slovacchia e dal premier Robert Fico hanno finalmente avuto effetto: a metà settembre il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha affermato che tali duplici pratiche non sarebbero state più tollerate.
I governi Slovacco e della Repubblica Ceca hanno poi convocato per il 13 ottobre 2017 a Bratislava un summit ufficiale sul doppio standard alimentare nell’UE, a cui sono stati invitati anche i rappresentanti delle commissioni interessate dei Parlamenti nazionali e del Parlamento europeo, oltre alle organizzazioni dei consumatori nazionali ed europee e a cui hanno presenziato anche membri della Commissione Europea che aveva precedentemente garantito la propria partecipazione. Seminari con le autorità responsabili della tutela dei consumatori e della sicurezza alimentare saranno convocati dalla stessa Commissione UE nei prossimi due mesi
Vera Jourova, Commissario europeo per i consumatori, in una dichiarazione al Deutsche Welle aveva già precedentemente dichiarato che “Entro la fine dell’anno, l’UE introdurrà standard uniformi per la verifica della qualità dei prodotti alimentari“.
Vera Jourova sostiene che i produttori tendono ad avere prodotti di diversa qualità per i paesi “ricchi” e per quelli “poveri” dell’UE, il che è ingannevole per i consumatori. “Abbiamo sentito molte lamentele da parte dei consumatori i quali hanno notato che caffè, bevande o bastoncini di pesce acquistati nel supermercato locale sono di qualità inferiore rispetto a quelli venduti nel supermercato oltre il confine“, ha dichiarato, mostrando un cambiamento nella visione dell’esecutivo UE sul problema.
La Commissione in alcune anticipazioni sembra aver comunque deciso che per porre fine alla discriminazione nei confronti dei consumatori non sarà adottata una nuova regolamentazione, ma che piuttosto saranno utilizzate le leggi già esistenti .
La denuncia dell’esistenza di un doppio standard di qualità degli alimenti all’interno dell’Unione europea è stata portata avanti dai quattro paesi del gruppo di Visegread (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), ai quali si sono unite Bulgaria, Romania, Croazia e Slovenia.
Secondo rilevamenti sembra che anche in Austria, paese per ora non ufficialmente interessato dalla problematica, alcuni prodotti siano di qualità inferiore mentre la Polonia ne sarebbe interessata soltanto marginalmente.
FONTE: Puntosicuro
Tucano Urbano nasce nel 1999 a Milano: una città che giorno dopo giorno vede le sue strade popolarsi di scooteristi. Il brand nasce con loro e per loro, con intuizioni visionarie e scanzonate.
Il piccolo tucano nel rombo diventa negli anni un marchio solido e di successo, punto di riferimento per chi si muove negli spazi metropolitani.
Nel 2012, con l’entrata di nuovi soci e nuovi manager, si aprono per il brand nuove sfide e nuovi territori che non ne tradiscono la vocazione urbana, ma la ampliano verso un’idea di mobilità totale: per ogni tempo, ogni strada, ogni stile di vita.
La società ha 35 dipendenti nella sede di Peschiera Borromeo, di cui 8 product designer, che si occupano della ricerca e sviluppo, ma anche dell’ideazione del prodotto, della prototipazione, del controllo della produzione, fino alla vendita. Altri 35 sono addetti alle vendite nei 6 store monomarca.
La produzione, fin dall’inizio, è stata affidata a fornitori asiatici.
”La nostra bravura – spiega l’ad di Tucano Urbano Sgorbati – è stata quella di intuire, prima degli altri, come sviluppare prodotto di qualità con forniture asiatiche. Cosa che ad altri non è riuscita. Abbiamo sviluppato con ciascun fornitore quello che ciascuno sapeva fare meglio e ancora oggi parte dello sviluppo prodotto, fin dal bozzetto, è legata alla collaborazione con il fornitore”
L’anno in corso dovrebbe concludersi positivamente, con una maggiore marginalità rispetto al passato, anche per via del cambiamento del clima. Le bombe d’acqua che colpiscono in piena estate fanno crescere l’interesse dei clienti per mantelle quattro stagioni. Infatti l’ultima innovazione è Termoscud pro sfruttabile anche d’estate, evoluzione dell’originale copertina, Termoscud®, la copertina per scooter oggi sinonimo di categoria.
Tucano Urbano è certificata ISO 9001 con TÜV NORD Italia.
FONTE: La Repubblica.it