La tutela della salute e della sicurezza sul lavoro non vengono ancora considerate come un valore strategico da parte delle aziende.
Prima di provare a rispondere alla domanda del titolo, cominciamo con fornire qualche dato.
Nel 2018, secondo quanto reso noto dall’INAIL, le morti accertate sul lavoro sono state 704 (643 uomini e 61 donne), 30 in più rispetto al 2017, a fronte di 1.218 denunce di infortunio mortale, con un aumento del 4% rispetto al 2017 (ma ancora ci sono 35 casi sono in istruttoria).
Nei primi quattro mesi del 2019 la tendenza, sempre in valore assoluto, si conferma in crescita, visto che le denunce di infortunio mortale sono state 303 con un aumento del 5,9% sullo stesso periodo del 2018. Le denunce di malattia professionale sono state circa 59.500 (+2,6% sul 2017).
Va anche detto che dal 1970 ad oggi, gli infortuni mortali sono scesi dai quasi 4000/anno del 1970 ai 1250 ca. del 2018.
E’ vero che si tratta di valori assoluti che non possono fornire informazioni statisticamente significative per individuare l’effettivo trend degli infortuni mortali, visto che non sono pesati sulle ore effettivamente lavorate o su quelle retribuite o, almeno, sul numero di occupati ma, in ogni caso, sono numeri che fanno palesemente intendere che il nostro Paese ha ampi margini di miglioramento davanti per il contrasto a questo fenomeno.
Per quanto riguarda, invece, gli infortuni totali, le statistiche ci dicono che dagli anni ’70 ad oggi, essi sono in costante calo sia in valore assoluto che pesati sul numero di occupati (Indice di incidenza)
Fatta questa premessa per rispondere alla domanda nel titolo, dobbiamo partire da lontano e domandarci quale è il peccato originale dell’italico sistema per la tutela della salute e sicurezza sul lavoro?
Il peccato originale è che il nostro sistema prevenzionale adotta un approccio colpevolizzante in quanto basato sulla sanzione penale con l’obiettivo reprimere un comportamento negligente, omissivo, ecc. che ha portato ad una situazione di pericolo o, peggio, ha causato un grave infortunio.
Si tratta palesemente di un approccio centrato sulle mancanze e sugli errori degli individui che se sbagliano, devono essere puniti tramite una sanzione penale.
A questo punto dobbiamo chiederci se questo approccio porti o meno dei vantaggi.
Apparentemente la risposta è positiva in quanto tale approccio è comodo e sostenibile perché:
- nel nostro ordinamento penale, la responsabilità è personale;
- i comportamenti pericolosi, ai vari livelli nella gerarchia aziendale, sono all’origine della maggioranza degli infortuni;
- l’individuazione del/dei colpevole/i soddisfa le esigenze della Collettività nonché le aspettative emotive di coloro che, a vario titolo, sono coinvolti.
Se però andassimo ad analizzare con maggiore attenzione questo tipo di approccio, ci accorgeremmo che:
- la ricerca del/dei colpevole/i porta a tralasciare l’analisi delle organizzazioni aziendali nella loro interezza;
- la mancata analisi delle organizzazioni aziendali consente di mantenere alle stesse lo status quo, con la struttura, le regole ed il sistema di poteri esistente al momento dell’evento.
- non si analizzano le decisioni strategiche riguardanti la progettazione e l’organizzazione del lavoro e le tecnologie utilizzate.
Tutto ciò fa sì che non si intervenga alla fonte del problema e non si rimuovano le cause primarie di quanto avvenuto.
A questo punto dobbiamo domandarci perché non si riesca a sviluppare una strategia efficace.
Per quanto riguarda il sistema normativo e regolamentare, l’Italia ha un Sistema Prevenzionale da manutenzione a guasto: quando si verifica un grave evento o nasce un problema, scatta la normazione emozionale o d’emergenza come, ad esempio, per il D. Lgs. n° 81/2008 o per il DPR n° 177/2011.
Dimenticandoci un attimo che provvedimenti emanati sotto questo tipo di spinte non raggiungono mai gli obiettivi prefissi, quando viene pubblicato un nuovo provvedimento l’approccio prevalente delle aziende pubbliche e private è quello di sperare in un rimando, in un posticipo dell’entrata in vigore con la classica affermazione:
Un altro aspetto che influenza il mancato sviluppo di un’adeguata ed efficace strategia è il cambiamento che hanno subito in questi anni il mercato del lavoro e il contesto socioeconomico:
- cambiamento rapporti di lavoro con richiesta di maggiore flessibilità;
- terziarizzazione spinta;
- incremento del turno over;
- accesso al mercato del lavoro di personale con palesi deficit di competenze;
- tempi medio-lunghi per il pay back dell’eventuale investimento per la tutela della salute e sicurezza sul lavoro;
- crisi economica con riduzione risorse;
- incremento lavoro nero.
Tutto ciò porta ad ovvie conseguenze:
- riduzione degli investimenti prevenzionali;
- organizzazione non accurata dei processi formativi del personale;
- adozione di comportamenti pericolosi quando ci sono condizioni d’incertezza lavorativa;
- adempimenti formali e non sostanziali;
- norme e regole prevenzionali senza valore aggiunto ai fini competitivi;
- scarsa attenzione alle competenze del personale impiegato.
Per quanto riguarda i bisogni ed aspettative individuali si sta assistendo a:
- l’incremento di compiti lavorativi monotoni e ripetitivi;
- l’aumento del livello di intolleranza verso i rischi causati da terzi con maggiore tolleranza verso i rischi propri e cioè verso i rischi che si decidono di assumere autonomamente;
- una scarsa attenzione alle peculiarità del tessuto industriale nazionale;
- una scarsa attenzione all’importanza del benessere organizzativo.
La strategia aziendale risulta molto spesso carente in quanto:
- si riscontra una diffusa incapacità a comprendere che la sicurezza sul lavoro influenza il risultato economico ed il valore dell’impresa;
- appare evidente la mancata percezione degli effetti della sicurezza sul lavoro sulla competitività dell’impresa;
- è palese la miopia gestionale che porta a non vedere gli effetti positivi della sicurezza sul lavoro nel medio-lungo periodo.
Gli obiettivi in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, quando fissati, sono di conseguenza:
- di tipo reattivo come, ad esempio, una riduzione degli indici di frequenza, incidenza, gravità, ecc.;
- in alcuni casi di tipo non misurabile;
- fissati senza definirne priorità, risorse, strumenti, ecc.;
- privi della pianificazione e programmazione delle azioni necessarie per il loro raggiungimento;
- non coerenti con gli altri obiettivi aziendali (produttività, ecc.);
- non considerati strategici (specialmente nelle PMI).
Indubbiamente, come gli addetti ai lavori ben sanno, esistono tutta una serie di barriere che ostacolano una gestione ottimale della tutela della salute e della sicurezza sul lavoro:
- carenza di competenze specifiche;
- percezione inadeguata, da parte delle funzioni apicali, degli impatti della sicurezza sul lavoro sul business dell’azienda;
- mancanza di strumenti analitici e gestionali dedicati;
- scarsa o nessuna percezione del costo della non sicurezza.
Inoltre, gli approcci prevalenti al Problema Sicurezza sul Lavoro, ancor oggi diffusi in Italia, erigono altre barriere come quelle che seguono.
Approccio Normotecnico: si percepisce la sicurezza e la tutela della salute solo come un rigido adempimento di norme legali e procedure tecniche che non producono valore alcuno ma che intralciano le normali attività produttive.
Approccio Reattivo: ci si attiva solo dopo che si è presentato il problema.
Approccio Fast-Food: si ricercano e si accettano solo soluzioni veloci anche se qualitativamente scadenti ed inefficaci.
Approccio da specchietto retrovisore: per dimensionare l’impegno futuro si utilizza come unico parametro di riferimento quanto si faceva in passato.
Approccio pseudo-economico: non si investe adeguatamente per la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro perché non si considera critico il Problema Sicurezza sul Lavoro, in quanto non crea vincoli che impediscono il raggiungimento degli obiettivi ritenuti prioritari, e, pertanto, non necessita di investimenti e, dunque, si possono minimizzare i costi prevenzionali connessi.
Nelle grandi aziende, le barriere derivano da una serie di scelte organizzative e di approcci al problema quali:
- la posizione organizzativa di chi si occupa di sicurezza e tutela della salute che, nella maggioranza dei casi, non riferisce mai direttamente al datore di lavoro (ex art. 2, comma 1, lett. f) D. Lgs. n° 81/2008);
- non considerare oggetto d’esame, nelle riunioni dei vertici aziendali, la verifica dell’andamento delle attività o iniziative specifiche e relative performance in materia di sicurezza e tutela della salute;
- la sicurezza sul lavoro è vista come un costo e non come un investimento;
- l’argomento sicurezza non viene discusso nelle riunioni settimanali dell’Alta Direzione (ma solo dopo qualche grave evento!);
- l’Alta Direzione non conosce le performance specifiche dell’azienda;
- le varie funzioni aziendali lavorano a compartimenti stagni e sub ottimizzano gli obiettivi (ad esempio, un ufficio acquisti che seleziona gli appaltatori con il solo criterio del minor costo);
- si mantiene la cultura parallela della sicurezza che si traduce in specifici obiettivi, specifici budget, specifiche iniziative, specifici linguaggi, specifiche norme, specifiche procedure, specifiche …(insomma, tutto specifico e nulla di condiviso);
- la sicurezza sul lavoro non è inserita nei sistemi di valutazione delle performance individuali delle posizioni apicali ed ei loro diretti sottoposti (al più, il peso è praticamente trascurabile);
- la performance individuale ed aziendale riguardo la sicurezza sul lavoro non influenza significativamente il sistema di erogazione dei premi/bonus annuali per tutto il personale;
- una carenza diffusa di competenze dei manager in materia di sicurezza sul lavoro;
- gli obiettivi prevenzionali non vengono fissati dai manager ed essi non sono incoraggiati a prendere decisioni ed iniziative anche in quest’area.
Nei confronti di coloro che si occupano professionalmente di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, sempre nelle grandi aziende, sussistono tutta una serie di preconcetti molto più diffusi di quanto si possa pensare.
Vediamone alcuni.
Impegno per la certificazione Sistemi di Gestione Sicurezza
- Spesso per le altre funzioni aziendali la certificazione è un “pezzo di carta” oppure una serie di “moduli da riempire”: <<una volta ottenuta … è fatta, abbiamo ottenuto il bollino blu!>>
- Incapacità delle altre funzioni di comprenderne l’importanza come:
- strumento di sostegno e spinta nei percorsi verso l’eccellenza del sistema impresa;
- parte fondamentale per il Modello Organizzativo (ex D.Lgs. n°231/2001)
Aspettative
Le altre funzioni hanno aspettative errate nei confronti della funzione H&S/HSE in quanto principalmente pensano che sia la funzione a cui è demandato il controllo del rispetto delle norme e dei comportamenti.
Compiti “diversi”
Attribuzione di compiti aggiuntivi non pertinenti:
<<Gestiscono solo carta e quindi hanno tempo per fare altro! Si occupino anche di fare i badge di entrata al personale degli appaltatori!>>
Percezione delle altre funzioni
H&S/HSE? <<E’ una funzione da sfigati>>. <<Sono solo un costo! Non producono valore aggiunto>>. <<Non si devono coinvolgere in progetti per evitare che ritardino il tutto>>. Quindi, percepiti come predicatori nel deserto e iettatori quando si verifica l’evento!
Training
Nessun supporto dalla funzione aziendale specifica:
<<La formazione alla sicurezza è una roba specialistica, quindi ve ne occupate voi di H&S/HSE>>.
Richiesti, però, alla funzione H&S/HSE il numero di partecipanti e le ore erogate per il raggiungimento obiettivi della funzione Training!
Budget
Difficoltà a farsi finanziare iniziative che portano risultati dopo anni.
Obiettivi H&S/HSE
Obiettivi di performance attribuiti in esclusiva o con peso maggiore ai responsabili della funzione H&S/HSE, rispetto ai gestori dell’attività (direttori, dirigenti in genere, ecc.).
Posizione Organizzativa della funzione H&S/HSE
Una funzione:
- spesso posizionata in funzioni di line e non di staff;
- che sovente risponde, per convenienza organizzative, a funzioni non competenti nella specifica materia come, ad esempio, le Relazioni Industriali;
- i soggetti designati quali responsabili della funzione di cui sopra, magari denominata in modo altisonante come Continuous Improvement o Sustainability, spesso scelti tra i prodotti di risulta dalle altre posizioni organizzative o in vista della pensione, quasi sempre non competenti (senza know-how specifico in ambito HSE) ma solo preoccupati di gestire l’attività con l’obiettivi di non arrecare disturbo ad altre funzioni ed evitare lo scivolo pensionistico anticipato.
Per quanto riguarda le piccole aziende, qui le barriere derivano dalla:
- percezione della sicurezza come un insieme di norme e procedure che non produce valore alcuno ed intralcia le attività produttive;
- constatazione che la frequenza degli infortuni non è, nella realtà della piccola impresa, statisticamente significativa;
- resistenza che il piccolo imprenditore mette sempre in atto nei confronti di qualunque intervento esterno che gli vuole cambiare le prassi lavorative, interferendo con la sua attività;
- difficoltà a comprendere che:
- la non sicurezza provoca assenteismo, conflittualità, turnover, aumento costi assicurativi, ecc.;
- le dimensioni della piccola impresa non permetteranno mai di compensare gli effetti negativi degli infortuni (a differenza della grande impresa che riesce a ridistribuirli);
- gli investimenti prevenzionali possono, invece, essere presentati come strumento spendibile per il mantenimento e l’acquisizione di nuovi clienti.
Il risveglio dal letargo delle aziende, piccole e grandi, in genere, si ha quando si verifica un evento negativo come un grave infortunio.
A questo punto, le aziende percepiscono il rischio concreto di perdite economiche reali o incombenti, le pressioni della pubblica opinione ed eventuali pressioni regolamentari derivanti dall’intervento del legislatore pur sempre nell’ottica emergenziale.
Di conseguenza viene dato un impulso al miglioramento del livello di sicurezza.
Purtroppo, però, questo impulso non dura in eterno.
Le aziende, dopo un po’ di tempo, tendono a dimenticare … e iniziano a ridurre le risorse destinate al processo di miglioramento.
Così facendo si abituano al loro stato apparentemente sicuro e ritornano vulnerabili agli eventi citati.
A questo punto bisogna domandarsi cosa si debba fare per evitare di ripiombare nello stesso stato pre-intervento.
Certamente un forte commitment da parte dei vertici aziendali risulta essenziale per il mantenimento del processo di miglioramento. Ovviamente, quando si parla di commitment ci si riferisce a quella variabile organizzativa che è il risultato delle politiche, delle scelte strategiche, delle modalità gestionali utilizzate dai vertici aziendali, ma anche dei rapporti di potere, dei conflitti, del clima psicologico e organizzativo di una organizzazione.
Un commitment adeguato deve, per quanto riguarda la motivazione alla sicurezza, non limitarsi ai meri adempimenti minimi previsti dalle norme di legge e regolamentari ma andare ben oltre favorendo il miglioramento continuo in modo da proporre l’azienda come modello di riferimento per la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.
In termini di risorse, un commitment efficace deve assicurarne la disponibilità non solo in termini economici ma anche umani valorizzando le persone che operano nella funzione H&S/HSE intesa come area di sviluppo e non certo come area di parcheggio di professionalità ritenute non strategiche dall’azienda.
Insieme al commitment l’azienda deve costruire un sistema con adeguate competenze tecniche che preveda, oltre all’identificazione dei pericoli, la valutazione dei rischi e le conseguenti misure di prevenzione e protezione, anche:
- una struttura organizzativa sufficientemente flessibile e adattiva;
- informazioni pertinenti raccolte, analizzate, diffuse e utilizzate;
- contenuti quali-quantitativi della comunicazione adeguati;
- sistemi di difesa adeguati alle specificità dell’azienda e non ridondanti.
Infine, estremamente importante è lo sviluppo di una adeguata consapevolezza dei pericoli esistenti nei propri processi con:
- la completa coscienza dei pericoli presenti da parte di tutta l’organizzazione;
- la piena consapevolezza che un lungo periodo senza eventi avversi debba considerarsi come un periodo di accresciuto pericolo;
- la revisione e rafforzamento continuo dei propri sistemi di difesa;
- una soglia d’attenzione mantenuta sempre alta.
Pertanto, è essenziale:
- non trattare la sicurezza come un processo di produzione negativo, fissando solo obiettivi di raggiungimento di livelli ridotti di eventi negativi (indicatori di frequenza, gravità e incidenza);
- ricordarsi che gli eventi inattesi, in quanto tali, non sono direttamente controllabili e sono al di fuori della sfera d’influenza dell’organizzazione;
- valutare e migliorare i processi base dell’organizzazione: progettazione, pianificazione, proceduralizzazione, manutenzione, formazione, ecc.., in quanto questi influenzano le probabilità d’accadimento degli eventi e sono direttamente gestibili dai manager dell’azienda.
In conclusione, a parere di chi scrive, un possibile cambiamento lo potremo avere:
- abbandonando l’idea dell’incremento delle sanzioni e dell’aumento dei controlli, quale soluzione del problema;
- cominciando a sensibilizzare la Pubblica Opinione mediante periodiche campagne mirate sui massmedia;
- creando meccanismi seri per l’accesso e permanenza sul mercato;
- costruendo sistemi di rating sull’affidabilità delle aziende anche per quanto riguarda la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro dandone anche larga diffusione;
- strutturando un permanente e selettivo sistema di finanziamento per piccole e medie imprese;
- regolarizzando le diffuse situazioni di pericolo esistenti nei luoghi di lavoro della PP.AA., cominciando dalle scuole, in modo da recuperare credibilità nei confronti della pubblica opinione;
- attivando iniziative di sensibilizzazione fin dalle scuole primarie;
- introducendo la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro in tutti i corsi di laurea.
La lotta ai DMS non solo contribuisce a migliorare la vita dei lavoratori, ma è anche una scelta molto sensata per le imprese.
In genere i disturbi muscoloscheletrici (DMS) interessano la schiena, il collo, le spalle e gli arti superiori, ma possono anche colpire gli arti inferiori. Indicano qualsiasi lesione o patologia alle articolazioni o ad altri tessuti. I problemi di salute vanno da malesseri e dolori di lieve entità sino a problemi più seri che costringono ad assentarsi dal lavoro e possono richiedere cure mediche. Nei casi cronici più gravi, possono addirittura portare alla disabilità e all'abbandono forzato del posto di lavoro.
I due gruppi principali di DMS sono costituiti dai dolori/disturbi alla schiena e dai disturbi degli arti superiori legati all'attività lavorativa (conosciuti comunemente "disturbi da stress fisici ripetuti").
Cause dei disturbi muscoloscheletrici
La maggior parte dei DMS legati all'attività lavorativa si sviluppano nel tempo. Di norma non hanno una sola causa: spesso sono provocati da una combinazione di diversi fattori. Tra le cause fisiche e i fattori di rischio riconducibili all'organizzazione del lavoro si annoverano:- la movimentazione di carichi, specialmente quando si ruota o si piega la schiena;
- movimenti ripetitivi o che richiedono uno sforzo;
- l'assunzione di posture scorrette o statiche;
- vibrazioni, scarsa illuminazione o lavoro in ambienti freddi;
- ritmi intensi di lavoro;
- il mantenimento prolungato della stessa posizione in piedi o seduta.
Crescono le prove che dimostrano un collegamento dei DMS con i fattori di rischio psicosociali (soprattutto se individuati in concomitanza con i rischi fisici), tra cui:
- una domanda di lavoro elevata o una scarsa autonomia;
- una scarsa soddisfazione sul lavoro.
Prevenzione dei disturbi muscoloscheletrici
Non c'è una soluzione unica; talvolta può essere necessario rivolgersi a un esperto in caso di problemi gravi o inconsueti. Tuttavia, molte soluzioni sono semplici e poco costose (per esempio si possono fornire i lavoratori di un carrello di supporto per movimentare le merci o spostare oggetti su una scrivania).
Per contrastare i DMS, i datori di lavoro dovrebbero servirsi di una combinazione dei seguenti fattori:
- la valutazione dei rischi: adottare un approccio olistico, valutando e affrontando l'insieme delle cause (vedi sopra);
- la partecipazione dei dipendenti: coinvolgere il personale e i suoi rappresentanti nelle discussioni sui problemi e sulle soluzioni possibili.
Per saperne di più, leggi la scheda informativa "prevenire le patologie muscoloscheletriche legate all'attività lavorativa" riportata sotto.
Azioni per ridurre i disturbi muscoloscheletrici
Le azioni di prevenzione potrebbero includere modifiche riguardanti:
- gli spazi di lavoro, adeguandoli al fine di migliorare le posture lavorative;
- le attrezzature, assicurando che siano ergonomiche e adatte ai compiti da svolgere;
- i lavoratori, migliorando la loro consapevolezza dei rischi e impartendo una formazione su buoni metodi di lavoro;
- i compiti, cambiando metodi o strumenti di lavoro;
- la gestione, pianificando il lavoro in modo da evitare mansioni ripetitive o prolungate con posture scorrette, programmando pause, la rotazione delle funzioni o la riassegnazione del lavoro;
- i fattori organizzativi, sviluppando una politica in materia di DMS.
Anche il monitoraggio e la promozione della salute, il riadattamento e il reinserimento dei lavoratori che ancora soffrono di DMS vanno considerate nell'approccio di gestione di tali disturbi.
Normativa europea
Le direttive europee, i regolamenti degli Stati membri e gli orientamenti sulle buone prassi già riconoscono quanto sia importante prevenire i DMS. Tra le direttive pertinenti figurano la "direttiva quadro" generale sulla SSL e le direttive sulle tematiche seguenti: la movimentazione manuale di carichi, le attrezzature di lavoro, gli standard minimi per i luoghi di lavoro e le attività lavorative svolte con videoterminali (schermi di computer).
Nel 2007 la Commissione europea ha avviato una consultazione su possibili interventi comunitari, tra cui una nuova normativa. I possibili piani sono stati sospesi in pendenza di un riesame delle direttive dell'UE nel 2014-2015. I DMS sono riconosciuti come una priorità degli Stati membri dell'UE e delle parti sociali europee.
L'EU-OSHA monitora l'incidenza, le cause e la prevenzione dei DMS oltre a favorire la condivisione delle buone prassi.
Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.Fonte: Puntosicuro
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Con il Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, recante “Attuazione dell’articolo 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”, ha preso corpo in Italia un progetto di razionalizzazione in un unico testo della complessa normativa che riguarda la ricca legislazione in materia di sicurezza e salute nel mondo del lavoro.
Malgrado questo importante sforzo di coordinamento in questi dieci anni sono state segnalate e riscontrate difficoltà pratiche ed interpretative che, nella maggior parte dei casi, si sono tradotte in varie modifiche della normativa, spesso inserite in altre leggi e decreti.
È mancata una revisione coerente e razionale dell’intero impianto normativo in grado di cogliere tutte le modifiche, di risolvere le eventuali lacune e di colmare i ritardi delle norme applicative. Una revisione che sarebbe dovuta scaturire da una idonea attività di monitoraggio, come avvenne in occasione del precedente D.Lgs. 626/94, in grado di rilevare, da parte dei soggetti coinvolti, le eventuali criticità e le relative proposte.
Il monitoraggio del D.Lgs. 81/2008
In occasione dei dieci anni di applicazione del D.Lgs. 81/2008 (e del successivo decreto correttivo D.Lgs. 106/2009), l’Associazione Italiana Formatori ed Operatori della Sicurezza sul Lavoro ( AiFOS) ha ritenuto fondamentale avviare un monitoraggio relativo all’applicazione del Testo Unico.
Con questa nuova e importante attività di ricerca l’Associazione non si propone di modificare il D.Lgs. 81/2008, compito che spetta al legislatore, ma di fornire un’attenta lettura e interpretazione sull’andamento complessivo del decreto al fine di fornire utili indicazioni per un suo idoneo aggiornamento e revisione.
Come è stato ideato e avviato il monitoraggio?
L’iniziativa di realizzare il monitoraggio dell’applicazione del D.Lgs. 81/2008 è stata avanzata dall’ingegnere Marco Masi, Presidente del Comitato Scientifico dell’AiFOS, in occasione del convegno “ D. Lgs. 81/2008. A dieci anni dall’entrata in vigore, quali prospettive?”, un convegno sui dieci anni del Testo Unico che si è tenuto a Roma il 15 maggio 2018 (in occasione del 10° anniversario della sua pubblicazione, il 15 maggio 2008).
Nel corso della Convention AiFOS 2018 (giugno 2018) la proposta è stata accolta dai soci confermando il desiderio dell’Associazione di rimanere in prima fila ed all’avanguardia nel dibattito sulla formazione alla salute e sicurezza in Italia.
A tutti gli associati AiFOS è stato poi sottoposto un primo questionario preliminare, di carattere generale, per partecipare alla stesura delle linee di indirizzo del monitoraggio vero e proprio. I risultati di tale primo questionario sono stati presentati a Bologna in occasione della manifestazione Ambiente e Lavoro 2018 e si sono successivamente concretizzati in dieci questionari riferiti ciascuno ad una delle figure della sicurezza individuate dal Testo Unico.
Come si svilupperà il monitoraggio?
Il monitoraggio elaborato dall’Associazione AiFOS si baserà essenzialmente sulle risposte e sui dati forniti dalle figure della sicurezza individuate dal Testo Unico 81 (RSPP, RLS, Datori di lavoro, ecc.) che in questi dieci anni hanno operato all’interno delle aziende svolgendo le azioni formative previste dal decreto.
L’efficacia di questa modalità di monitoraggio si basa proprio su un’inversione di tendenza rispetto alle più usuali indagini accademiche: si parte dalla realtà vissuta direttamente dai soggetti coinvolti. I dati emersi dal monitoraggio saranno messi a disposizione degli esperti, degli studiosi e di quanti inizieranno un’opera di analisi per una attenta revisione ed aggiornamento della normativa.
Come associazione di formatori, il monitoraggio affronterà in prima istanza le criticità e gli strumenti legati all'ambito della formazione.
Questa attività di monitoraggio si inserisce nel continuo e incessante lavoro di ricerca dell’Associazione AiFOS che, partendo dal presupposto che una efficace prevenzione dipenda anche dalla consapevolezza di quanto avviene realmente nei luoghi di lavoro, ha realizzato varie indagini su vari attori della sicurezza aziendale: lavoratori (2009), formatori (2010), datori di lavoro (2011), medici competenti (2012) e coordinatori per la sicurezza (2013). E ha poi approfondito anche rilevanti temi come la formazione eLearning (2014), il rapporto tra risorse umane e sicurezza sul lavoro (2015), la sicurezza nelle strutture scolastiche (2016), l’efficacia della formazione (2017) e la collaborazione tra RLS, RSPP e Medico Competente (2018).
Come per le altre ricerche, anche in questo caso i risultati del monitoraggio verranno a costituire il futuro Rapporto AiFOS 2019 e saranno adeguatamente presentati in futuri convegni.
I dieci questionari per il monitoraggio del Testo Unico
I questionari elaborati sono dedicati a: RSPP/ASPP, Formatori, Coordinatori della sicurezza, Medici Competenti, Datori di lavoro, Dirigenti, Lavoratori, RLS, Addetti al Primo Soccorso, Addetti Antincendio.
Fonte: Puntosicuro
Indicazioni di sicurezza antincendio nella progettazione, nel collaudo e nella manutenzione delle reti di idranti a secco.
Una rete naspi o idranti “a secco” è costituita da un sistema di tubazioni fisse per l’alimentazione idrica di uno o più apparecchi di erogazione antincendio, non mantenuta in pressione d’acqua durante il normale esercizio. La rete antincendio viene riempita di acqua in pressione solo al momento dell’attivazione della stessa per l’emergenza. Normalmente tale tipo d’impianto viene previsto nei casi in cui le condizioni climatiche potrebbero causare il congelamento dell’acqua nelle tubazioni. Alcune reti infatti sono previste per il funzionamento in modalità a secco solo per il periodo invernale; in tale condizione la rete si trova generalmente in stand-by con le tubazioni che al loro interno hanno aria alla pressione atmosferica.
Gli impianti a secco devono essere realizzati a regola d’arte con riferimento al disposto della norma UNI/TS 11559:2014 e UNI 10779:2014. Tali reti si compongono di alimentazione idrica, rete di tubazioni fisse, preferibilmente ad anello, a uso esclusivo antincendio, opportuni ancoraggi (a distanza reciproca non superiore a 4 metri), attacco di mandata per autopompa VVF, valvole di sezionamento e apparecchi erogatori, nonché punti di drenaggio. Come noto l’attacco in mandata per autopompa è un dispositivo per mezzo del quale può essere immessa acqua in pressione nella rete idranti/naspi in condizioni di emergenza; deve essere montato in modo da poter essere collegato alla tubazione di alimentazione senza che si determinino strozzature e deve essere ubicato in posizione protetta rispetto all’incendio presumibile in modo da poter essere utilizzato agevolmente in emergenza; l’attacco inoltre deve essere perfettamente visibile e segnalato, protetto da urti e danni meccanici e stabilmente ancorato al suolo o a strutture di fabbricati.
Le valvole di sezionamento della rete naspi/idranti devono essere in numero opportuno e accuratamente previste allo scopo di limitare al massimo il numero di erogatori posti contemporaneamente fuori servizio; in proposito si ricorda che si ritiene ammissibile l’esclusione al massimo del 50% degli erogatori al servizio di ciascun compartimento o di cinque idranti esterni, ove previsti. Le valvole di sezionamento dell’impianto devono essere ubicate in posizione accessibile e segnalata e devono essere bloccate mediante apposito dispositivo nella posizione normale di funzionamento.
Le tubazioni idrauliche devono essere ubicate in posizione protetta da urti meccanici e da danneggiamenti e devono essere svuotabili senza dover smontare componenti significativi dell’impianto.
Le tubazioni, normalmente prive di acqua, vengano poste in pressione al momento dell’attivazione attraverso l’apertura di una o più valvole a diluvio attivate da un comando manuale o automatico. La rete può essere piena d’aria a pressione atmosferica oppure in leggera sovrappressione, ottenuta con gas inerte o aria; può avere un’alimentazione idrica indipendente come da norma UNI 10779 oppure può essere derivata una rete idranti antincendio a umido; l’alimentazione idrica in ogni caso dovrà essere in grado di garantire portata e pressione richiesta dall’impianto.
Le tubazioni della rete naspi/idranti a secco devono essere completamente svuotabili, mediante valvole di drenaggio presenti in ogni parte inferiore delle condotte aventi diametro DN 20 provviste di tappo di sicurezza. Inoltre le tubazioni devono essere provviste di dispositivi di sfiato dell’aria, in numero idoneo e in posizioni opportune in funzione della composizione dell'impianto. I dispositivi di sfiato dell’aria devono essere ubicati in maniera da assicurare l’uscita dell’aria e allo stesso modo anche lo svuotamento dell’acqua dovrà essere consentito senza rischi o problemi. Il numero delle aperture di sfiato e di svuotamento deve essere valutato in sede di progetto in funzione della necessità e riscontrato in fase di collaudo.
Le reti di idranti a secco, se non correttamente progettate, possono esporre l’utilizzatore a seri problemi dovuti alla compressione dell’aria nelle tubazioni durante la fase di riempimento della rete con l’acqua, con conseguenti ripercussioni sul sistema ed in particolare sul dispositivo di erogazione utilizzato dall’operatore. Il progettista pertanto deve valutare, in relazione alla dislocazione e alla complessità della rete, il l’esatta ubicazione dei dispositivi di sfiato e il numero di valvole a diluvio per garantire il completo riempimento di tutte le tubazioni al momento dell’erogazione idrica e per ottenere l’erogazione dalla lancia idrica dell’apparecchio più sfavorito idraulicamente, in un tempo massimo di 90 secondi dall’attivazione del pulsante di azionamento posto in prossimità dell’apparecchio stesso di erogazione.
In un impianto idranti/naspi a secco le valvole a diluvio di apertura a comando remoto separano la rete in pressione d’acqua dalla rete a secco. Le stesse devono essere ubicate in posizione visibile, raggiungibile e segnalata, devono essere perfettamente ispezionabili, protette dall’umidità e ovviamente dal gelo. Oltre a ciò ogni valvola a diluvio deve essere immediatamente azionabile, come già detto, da pulsante ubicato in prossimità di ogni apparecchio di erogazione, in grado di operare l’aperura della valvola mediante sistema elettrico, pneumatico o idraulico senza altri consensi. Dovrà in tale circostanza essere attivato un segnale di allarme, utile a indicare lo stato di funzionamento dell’impianto e il suo riempimento con acqua.
Ovviamente l’impianto e i suoi componenti principali dovranno essere identificati da cartellonistica di sicurezza idonea e conforme al disposto del D. Lgs. 81/2008.
Il progetto dell’impianto
Occorre in primo luogo riscontrare la documentazione di progetto che deve consistere almeno di relazione tecnica, relazione di calcolo, disegni e lay-out dell’impianto. Il progetto dell’impianto deve includere una planimetria riportante l’esatta ubicazione dei dispositivi di sfiato e delle valvole a diluvio della rete, la posizione dei punti di prova e di verifica e delle attrezzature nonché i dati tecnici dell’impianto.
La relazione tecnica deve riportare la classificazione del livello di pericolosità dell’impianto, le caratteristiche dell’alimentazione e le prestazioni idrauliche.
Il collaudo dell’impianto
Con riferimento alla rete naspi/idranti a secco il collaudo deve prevedere l’accertamento della rispondenza al progetto e la verifica della conformità dei componenti utilizzati; occorrerà poi procedere all’esame generale dell’impianto, della tipologia e delle caratteristiche delle alimentazioni, delle pompe (se previste) dei diametri delle tubazioni, della spaziatura e della configurazione dei sostegni, la prova idrostatica delle tubazioni ad una pressione di almeno 1,5 volte quella di esercizio con un minimo di 1,5 MPa per un tempo non inferiore a due ore; la apertura degli erogatori per riscontrare il corretto flusso d’acqua in tutti i rami dell’impianto e la verifica delle prestazioni idrauliche dell’impianto.
Infine, occorrerà verificare:
il tempo di erogazione idrica dall’apparecchio erogatore disposto in posizione più remota, da momento dell’attivazione del pulsante di azionamento posto in prossimità dell’apparecchio stesso;
il completo riempimento di tutte le tubazioni a secco al momento dell’erogazione;
l’utilizzo in sicurezza degli apparecchi di erogazione in fase operativa, con particolare riferimento a quelli che utilizzano tubazioni flessibili.
Manutenzione periodica dell’impianto
La manutenzione periodica è sempre a carico del responsabile dell’attività, che è tenuto a mantenere l’impianto in perfetta efficienza, si pure avvalendosi di personale manutentore esperto. La manutenzione di naspi e idranti deve essere effettuata almeno due volte all’anno in conformità alla norma UNI EN 671-3 e alle istruzioni contenute nel manuale di uso e manutenzione predisposto dall’installatore dell’impianto.
Le tubazioni flessibili e semirigide, collegate a naspi o idranti o comunque disponibili a corredo di idranti soprasuolo e sottosuolo devono essere verificate annualmente alla pressione di rete per riscontrarne l’integrità. In ogni caso ogni cinque anni dovrà essere prevista la prova idraulica delle tubazioni flessibili e semirigide.
Per gli attacchi autopompa occorrerà riscontrare con periodicità semestrale la manovrabilità delle valvole, e la tenuta della valvola di ritegno.
Per gli idranti soprasuolo e sottosuolo le operazioni di manutenzione dovranno consistere nella verifica della manovrabilità della valvola principale in apertura e chiusura, nell’apertura dei tappi e nel riscontro della funzionalità dei drenaggi, nella verifica (e ripristino ove necessario) della segnaletica e cartellonistica e del corredo degli idranti.
Almeno semestralmente occorrerà riscontrare l’accessibilità e fruibilità di manichette e naspi e l’assenza di corrosione.
Tutte le operazioni di manutenzione devono essere sempre annotate in un apposito registro dove si segnaleranno i lavori svolti sull’impianto e le eventuali modifiche apportate, le prove eseguite, l’esito delle verifiche periodiche.
In più occorrerà procedere alla prova funzionale dell’impianto con attivazione delle valvole a diluvio, dei dispositivi di sfiato e alla verifica del tempo di erogazione idrica di novanta secondi massimo almeno una volta all’anno e comunque ogni volta che l’impianto sia rimesso in servizio dopo un periodo di inattività.
Fonte: Puntosicuro